Di Giovanni Calabria ricorda soprattutto le visite a sorpresa che faceva nel convitto, per trovare gli studenti.«Era disponibile, sempre attento, disposto ad ascoltare. Si divertiva facendoci indovinelli o scherzi. Nascondeva degli oggetti nella manica e ci sfidava a indovinare cosa fossero. Una volta lo fece con un pezzo di merluzzo, tra tutti ci azzeccai solo io perché avevo riconosciuto l’odore. E quasi quasi ci rimase male».Aldo Pescetta, 80 anni, nativo di Costermano, da circa 30 anni è missionario in Uruguay per la congregazione di Don Calabria, ma ogni tre anni rientra in Italia. «A Costermano ho ancora la mia famiglia, le mie radici e poi è lì, nella casa dei miei nonni, che è nata la mia vocazione». «Nel 1907, quando don Calabria era ancora agli inizi, veniva a portare i suoi ragazzini in vacanza nella casa dei miei nonni. Una conoscenza che ha lasciato una profonda influenza sulla mia famiglia», racconta.Sulla facciata della casa, in località Baesse, a Costermano, c’è una targa che ricorda questo periodo. E quest’anno i discendenti, tutti appartenenti al ceppo della famiglia Lorenzini, si sono ritrovati in 70 per festeggiarlo al suo ritorno in patria.«Ma ormai la mia vita è in Uruguay». Là don Pescetta si occupa dei «ninos dèla calles» , il corrispettivo spagnolo dei bambini di strada brasiliani. «Ne abbiamo 40, di età compresa fra i 12 e i 18 anni. Cerchiamo di fare in modo che arrivino ad imparare un mestiere come meccanico, tipografo o falegname. Si tratta per lo più di orfani figli illegittimi o bambini abbandonati perché hanno i genitori in carcere. Ce ne sono tanti. Noi ci assumiamo le responsabilità di educarli, lo Stato ci appoggia materialmente».Ma sono don Calabria e il periodo trascorso nella sua scuola gli episodi della sua vita su cui si sofferma di più.Aldo Pescetta è uno dei pochi, ancora rimasti in vita, ad aver conosciuto il fondatore dell’ordine. «A 12 anni sono entrato nella scuola dei salesiani a Verona, nell’Istituto Nazareth», racconta. «All’inizio non volevano prendermi con loro perché avevo i genitori, ma poi decisero di fare un’eccezione. Una forma di rispetto nei confronti dei miei genitori che don Calabria conosceva così bene».Era il 1932, ma la vocazione di don Pescetta l’aveva già molto chiara. All’Istituto fondato da don Calabria alle pendici delle Torricelle, a Verona, Aldo Pesceita vive e studia. «Ho visto praticamente nascere e crescere l’ordine. Fra gli studenti c’era un po’ di tutto, tempo per dìstrarsi ne avevamo poco, noi soprattutto studiavamo e non pensavamo al futuro. Nel complesso sembrava di vivere in una grande famiglia. Don Calabria veniva a trovarci spesso, gli indovinelli erano il suo modo per farci stare allegri. A Verona sono rientrato nel ’54 quando c’è stato il suo funerale. Era una persona che ha speso la vita per i più deboli e indifesi».Dopo gli studi don Pescetta va a Roma come sacerdote. Negli anni ’30 lavora nella capitale. «Ero nelle borgate, Tormarancio, Gordiani, Prima valle. Quando costruirono la scuola a Primavalle venne il Duce ad inaugurarla. Il missionario cominciai a farlo solo molto tardi, a cinquant’anni. Uno dei vescovi uruguayani aveva richiesto la nostra presenza nel suo paese, fra i tanti scelsero anche me. Per tre anni andai in Spagna per imparare la lingua e poi mi trasferii là. E ci sono rimasto per sempre».